Fieno greco

Fieno greco

Il fieno greco è una pianta del genere Trigonella, termine che si riferisce alla forma triangolare dei suoi semi e alla trigonellina, componente caratteristica di questa pianta. A lungo il fieno greco è stato utilizzato per l’alimentazione degli animali ma nel corso del tempo l’uomo ha scoperto le sue proprietà benefiche per la salute.

Questa pianta era già conosciuta in Persia e nell’Antico Egitto. La coltivazione del fieno greco in Europa iniziò probabilmente grazie ai monaci benedettini. Il fieno greco fiorisce da maggio a giungo e i sui frutti sono dei legumi che contengono semi di color giallo-bruno.

Proprietà e benefici del fieno greco

Il fieno greco è una fonte di vitamine, in particolare contiene vitamina A, vitamina C e vitamine del gruppo B. Apporta anche sali minerali come calcio e ferro. Il fieno greco gode di numerose proprietà benefiche. È antisettico e antinfiammatorio, ha proprietà emollienti e espettoranti. È ricostituente, tonico e lenitivo.

Viene considerato un alimento ipoglicemizzante, la cui assunzione potrebbe risultare utile in caso di diabete. Il fieno greco aiuta inoltre a ridurre i livelli di colesterolo, grazie al suo contenuto di fibre e di lecitina.

Il fieno greco è ritenuto utile in caso di ingrossamento delle ghiandole linfatiche, comparsa di acne e brufoli che può contrastare grazie alle sue proprietà antisettiche e antinfiammatorie, e cellulite. Le mucillagini presenti nel fieno greco aiutano la nostra pelle a mantenersi giovane e idratata e contribuiscono anche al buon funzionamento dell’intestino. In generale il fieno greco aiuta a mantenere stabili i livelli di trigliceridi, di colesterolo e di zuccheri nel sangue.

Quando assumere il fieno greco

L’assunzione del fieno greco è consigliata soprattutto quando ci si sente scarichi e debilitati. Infatti il fieno greco è considerato un buon ricostituente per il nostro organismo, dato che stimola l’appetito.

Assumere il fieno greco può essere utile durante la convalescenza, in caso di inappetenza e in presenza di anemia dovuta a carenza di ferro, in quanto il fieno greco è ricco di questa sostanza. L’estratto di fieno greco viene consigliato per migliorare la digestione. Il decotto di semi di fieno greco viene ritenuto un valido aiuto in caso di emorroidi.

Il fieno greco può aiutare il nostro organismo ad incrementare la produzione di globuli rossi. Inoltre l’assunzione di fieno greco è consigliata in menopausa per contrastare vampate di calore, insonnia, sudorazione notturna e sbalzi d’umore. L’infuso di fieno greco viene consigliato alle donne per favorire la produzione del latte durante l’allattamento.

Il vostro medico e l’erborista potrebbero consigliarvi di assumere il fieno greco anche in altre circostanze, a seconda delle vostre condizioni di salute, sulla base delle quali determineranno tempi, quantità e modalità di assunzione, soprattutto per quanto riguarda il fieno greco sotto forma di integratore alimentare naturale.

Di solito l’assunzione di fieno greco come integratore – estratto liquido o capsule – avviene prima dei pasti principali, ma anche da questo punto di vista vi suggeriamo di seguire i consigli del vostro esperto di fiducia. Ricordate, infine, che il fieno greco è un alimento supernutriente che può migliorare la vostra vita.

Dove trovare il fieno greco

Nei negozi di prodotti biologici e in erboristeria potrete trovare il fieno greco sotto diverse forme. Potrete infatti acquistare, ad esempio, del fieno greco adatto per la preparazione di tisane o infusi oppure dei semi di fieno greco che potrete utilizzare per preparare in casa i germogli.

Troverete in vendita anche il fieno greco in capsule come integratore consigliato per migliorare il metabolismo oppure del fieno greco sotto forma di estratto liquido. L’erborista potrà consigliarvi il prodotto più adatto alle vostre esigenze.

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I 20 rimedi contro le sindrome premestruale

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    Sono veramente tante le donne che soffrono di sindrome premestruale (PMS), una condizione che può iniziare durante o dopo l’ovulazione e termina a conclusione del flusso mestruale.

    I sintomi più comuni, che variano da persona a persona, sono: gonfiore, crampi, mal di testa, ritenzione idrica, mal di schiena, depressione, pressione addominale, ansia, tensione mammaria, insonnia, sbalzi d’umore e acne.

    Molte donne accettano questa condizione come una parte imprescindibile del loro ciclo mensile, ignorando che invece, con piccoli accorgimenti, i disturbi da sindrome premestruale possono essere alleviati.

    A causa della dieta, di uno stile di vita sbagliato e dello stress eccessivo, la PMS è più diffusa nelle società occidentali che nei paesi asiatici e meno sviluppati. Lo squilibrio nel corpo può essere infatti psicologico, nutrizionale o ormonale. Vediamo adesso alcuni accorgimenti che possono aiutarci a ridurre questi fastidi mensili.

    1 Alimentazione

    Una dieta sana è vitale per il miglioramento a lungo termine dei sintomi legati alla sindrome premestruale. Per combattere questa problematica, infatti, è necessario affidarsi a una dieta anti-infiammatoria ricca di frutta biologica, verdura, cereali integrali, noci e semi. Questi alimenti sono ricchi di vitamine e minerali essenziali che possono contribuire molto a ridurre i sintomi.

    Uno studio condotto dalla University of Massachusetts ha evidenziato come le donne che si affidano a una dieta ricca di ferro (circa 20 mg al giorno) beneficiano di una riduzione del 36% dei sintomi. Lo studio, che ha monitorato oltre 3.000 donne, era legato anche a una maggiore assunzione di zinco (circa 15 mg al giorno), altrettanto benefico. La stessa cosa avviene nelle donne che adottano una dieta ricca di Vitamina D e Calcio.

    Quando i sintomi sono gravi, però, la dieta da sola potrebbe non essere sufficiente.

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    Ecco quindi un elenco di sostanze naturali che possono risultare utili:

    2 Vitamina B6: è molto utile per alleviare i dolori che derivano dalla sindrome premestruale. Questo perché funge da rilassante per la muscolatura liscia, diminuendo i crampi. Come diuretico, inoltre, riduce la ritenzione idrica e il gonfiore. Attenzione, più B6 si assume (sotto forma di integratore) più magnesio occorre al nostro organismo.

    3 Magnesio: calma il sistema nervoso e allevia l’ansia, la depressione, l’irritabilità  e l’insonnia. Come antispasmodico, allevia i crampi e mal di schiena. Il magnesio aiuta anche a ridurre il desiderio di dolci.

    4 Acido gamma-linolenico: è un precursore della prostaglandina-E1, una sostanza simile agli ormoni che aiuta a regolare le funzioni neurologiche e ormonali,  a ridurre gli spasmi muscolari, i crampi, la voglia di zucchero, gli sbalzi d’umore e l’acne.

    5 Acido eicosapentaenoico (EPA): si trova nell’olio di pesce e nell’olio di semi di lino, anche questo produce la prostaglandina-E3

    6 Vitamina E: riduce i crampi e la tensione mammaria dei seni, che spesso gonfiano prima delperiodo mestruale di una donna.

    Omeopatia

    Anche l’omeopatia si è dimostrata utile nel trattamento della sindrome premestruale. Il rimedio omeopatico scelto deve corrispondere ai sintomi descritti. Ecco i più conosciuti:

    7 Lachesis: aiuta nella maggior parte dei sintomi fisici ed emotivi che accompagnano la PMS, come il mal di testa, il dolore alle ovaie, la sensibilità al seno. È  un rimedio indicato quando i sintomi peggiorano con il calore e con un abbigliamento ristretto intorno all’addome.

    8 Lacaninum: si usa quando l’unico sintomo è un seno doloroso e gonfio. Il dolore si interrompe una volta iniziato il flusso mestruale e la persona tende ad essere irritabile.

    9 Bovista: è indicato quando i sintomi gastrointestinali, come la diarrea, si verificano prima dell’inizio del periodo mestruale. Ci possono essere anche tracce di sangue che precedono il flusso effettivo. Il corpo è gonfio, spesso lo sono anche le mani.

    10 Pulsatilla: fa un bene soprattutto per sconfiggere i sintomi emotivi della sindrome premestruale caratterizzati da depressione. Aiuta anche a ridurre un forte desiderio di dolci.

    11 Natmur: la persona che ne ha bisogno è malinconica, triste, e i sintomi emotivi peggiorano quando gli altri cercano di consolarla. Spesso il ciclo è accompagnato da mal di testa che si verifica prima, durante o dopo il periodo. C’è un forte desiderio di cibi salati.

    12 Sepia: è indicata in presenza di sintomi come depressione, indifferenza e scoraggiamento. Spesso prima delle mestruazioni si avvertono dolori simili a coliche.

    13 Belladonna: è utilizzata quando il sintomo principale sono i dolori o i crampi che appaiono e scompaiono improvvisamente. Il fastidio peggiora con il movimento ed è associato al mal di testa.

    14 Magnesia phos: è raccomandato per crampi che migliorano con il calore, o semplicemente chinandosi, o massaggiando l’addome.

     

    15 Colocynthis: è indicato per i crampi simili a quelli appena descritti e accompagnati da sentimenti di estrema irrequietezza e irritabilità.

    16 Ignatia: il soggetto è gonfio, avverte dolori forti nel basso ventre e sperimenta sbalzi di umore.

    17 Cimicifuga: è utilizzato per il gonfiore accompagnato da dolori acuti in tutto il corpo, come sciatica o mal di schiena. I dolori sono difficili da tollerare e spesso causano isteria.

    18 Nux Vomica:  va bene per le persone fortemente stressate che soffrono di gonfiore e nausea accompagnati a irritabilità.

    19 Riflessologia

    La riflessologia è un’arte basata sul principio che nei nostri piedi esistono delle zone riflesse che corrispondono a ogni parte del corpo. Massaggiare zone specifiche nei piedi aiuta a migliorare il funzionamento degli organi e delle ghiandole specifiche. Sembra che per ciò che riguarda lasindrome premestruale, la riflessologia riesca ad aiutare maggiormente se eseguita tre o quattro giorni prima e poi durante le mestruazioni.

    20 Disintossicazione del fegato

    Secondo alcuni esperti, disintossicare il fegato può alleviare diversi problemi di salute femminili, come sindrome premestruali gravi. Abbiamo già visto alcuni rimedi naturali per farlo e come ilcarciofo sia uno degli alimenti più adatti alla salute di questo organo.

     

    fonte:http://ambientebio.it/20-rimedi-naturali-che-aiutano-contro-la-sindrome-premestruale/

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    Selenio elemento anti-radicali

    Selenio

    Caratteristiche e benefici

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    Il selenio è un elemento da non sottovalutare nel nostro organismo, spesso trascurato, il selenio possiede ottime proprietà anti-ossidanti, infatti combatte il proliferare dei radicali liberi in concomitanza con la vitamina E. L’organismo contiene da 12 a 15 mg di selenio, sono i muscoli a contenerne la maggior parte, circa 6,7 mg, seguiti da fegato e reni.

    Proprietà curative per patologie quali:

    -insufficienza cardiaca

    -ipertensione arteriosa

    -affezioni coronariche

    -trombosi

    -malattie infiammatorie

    L’elemento possiede azione antiematosa, anti-infiammatoria e riduce i problemi legati a ipertiroidismo o ipotiroidismo. Viene indicato in caso di eczemi cutanei e possiede un effetto anti-tossico nei confronti del piombo,cadmio e mercurio.

    Dove si trova?

    il selenio si trova sopratutto in cibi quali: cereali, riso integrale, semi germogliati, carni e pesci; frutta e verdure forniscono pochissimo selenio.

    Selenio: Biochimica e apporti

    il selenio agisce come protettore anti-radicalico graie al suo ruolo nell’enzima glutatione-perossidasi che agisce in sinergia con le catalasi, attribuendole un ruolo protettivo delle membrane cellulari. Il selenio è trasportato in tutti i tessuti: fegato(30%) reni , leucociti, capelli, ossa, muscoli(45%). Viene eliminato in gran parte per via urinaria, mentre l’eliminazione fecale è scarsa e corrisponde a selenio non assorbito.A livello tiroideo il selenio svolge dunque un duplice ruolo: in primo luogo è un fattore necessario al funzionamento delle 5-desiodasi, enzimi responsabili, come già detto, della conversione della T4 in T3, e una sua carenza può dunque provocare un difetto della produzione di T3, che è anche l’ormone tiroideo attivo. In secondo luogo il selenio, entrando nella costituzione delle glutatione perossidasi e della tioredoxina reduttasi (enzimi deputati alla degradazione del perossido di idrogeno (acqua ossigenata) che si forma durante la biosintesi degli ormoni tiroidei e che attraverso la modificazione di antigeni tiroidei può favorire l’iniziazione o la progressione di un processo tiroiditico) è anche implicato nella protezione della cellula tiroidea dal danno ossidativo e dalla progressiva fibrosi ghiandolare che ne conseguirebbe

    Gli apporti quotidiani variano da 0.05 a 0,2 mg al die

    L’integrazione e fissata tra 100 e 200 mcg/giorno. In ogni caso il selenio sarà assorbito meglio in concomitanza con vitamina A, E, C

     

     

     

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    Tarassaco e metabolismo

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    Rimedi per il metabolismo

    In molti mi hanno chiesto quale potrebbe essere una pianta che facilita la digestione e stimola il metabolismo. Senza ombra di dubbio uno dei rimedi piu utilizzati per favorire la digestione e la velocità del metabolismo è l’utilizzo di piante amare.

    Gli Amari

    Lipo- e idrosolubili: la loro solubilità dipende dalla loro struttura chimica
    Miglior forma galenica: tintura con percentuale da valutare caso per caso; gli infusi sono inoltre difficilmente utilizzabili perché eccessivamente amari

    Azioni
    • Stimolazione dell’appetito (oressigenici), probabilmente solo in soggetti cachessici
    • Stimolazione delle secrezioni gastriche, probabilmentre soprattutto in soggetti cachessici)
    • Promozione del flusso di bile
    • Promozione dell’attività pancreatica
    • Miglior coordinamento delle attività digestive
    • Miglior assorbimento
    • Riduzione delle infezioni eteriche
    • Azione tonica sull’organismo

    Tarassaco officinalis

    Il tarassaco è una pianta amara capace di stimolare il metabolismo cellulare complessivo. Questo naturalmente è osservabile con particolare intensità nelle grandi ghiandole corporee, tuttavia questo effetto è presente anche in altri distretti dell’organismo. Attualmente possiamo attribuire al tarassaco anche un tropismo connetti-vale,- su questo si fonda l’azione del tarassaco nelle artrosi, argomento sul quale dovremo ancora ritornare. Così, come favorisce la secrezione renale, quindi agisce come diuretico, il tarassaco incrementa anche la secrezione epatica, quindi agisce come colagogo. E così confermata l’esperienza del passato, che considerava il tarassaco un buon rimedio per i disturbi biliari.

    Ma c’è anche un altro campo di impiego specifico che alla luce degli studi odierni si presenta come sufficientemente fondato, quello della tendenza alla formazione dei calcoli biliari. Il tarassaco è in grado di influire non sul calcolo già formato, bensì sulla predisposizione alla formazione di calcoli, quindi sulla diatesi. Di ciò è probabilmente responsabile in primo luogo la succitata azione sul metabolismo e sulla cellula. Non è difficile comprendere che un tale effetto si possa ottenere solo in periodi di tempo piuttosto prolungati. Si dovrà dunque somministrare il tarassaco come terapia in tutti quei casi, per almeno 4-8 settimane. E opportuno anche dare una cura di tarassaco in primavera ed eventualmente ancora in autunno.

    E nella natura di queste patologie la difficoltà di riuscire a obiettivare l’azione di un simile trattamento, ma rimane il fatto che i malati, dopo una cura di tarassaco, si sentono più leggeri; i disturbi alla regione superiore destra dell’addome spariscono e la tendenza alle ricadute scompare o almeno diviene chiaramente più rara. Sembra dunque possibile arrivare in questo modo, meglio e più rapidamente, a una fase di latenza della patologia. Poiché finora si è riconosciuto nell’acido chenodesossi-colico un medicamento attivo solo nella disgregazione dei calcoli di colesterolo, ma non di calcoli di altra natura, si dovrebbe fare uso delle potenzialità del tarassaco in questo campo. E ciò tanto più in quanto il tarassaco è del tutto atossico, anche se somministrato a lungo, e inoltre presenta un’azione, come si è detto, positiva sui sintomi soggettivi e tonificante generale.

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    Curare il raffreddore, metodi naturali

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    Che cos’è ?

    Il raffreddore è un infezione del tratto respiratorio che può essere causata da più di duecento virus diversi, che si diffondo per via aerea, tramite starnuti o colpi di tosse o per contagio con oggetti infetti. Le mucose che rivestono il naso e la gola reagiscono all’invasione del virus gonfiandosi e secernendo un ulteriore quantità di muco. Ne conseguono: congestione, starnuti, tosse, mal di gola e malessere generale, che rappresentano il meccanismo attraverso il quale l’organismo espelle il virus e costringe a rallentare i ritmi e riposare. Sebbene questo disturbo possa presentarsi in qualsiasi parte dell’anno, la maggior probabilità di contrarre il virus si riscontra in autunno e in inverno.

    Il raffreddore può, se non curato adeguatamente, essere causa di patologie ben più gravi, può infatti tramutarsi in influenza e nel peggiore del casi bronchite o polmonite.

    Rimedi Naturali

    Per curare il raffreddore possono essere utilizzati rimedi fitoterapici molto utili e incisivi. Si consiglia l’utilizzo di piante immunostimolanti che quindi sveglino  il nostro sistema immunitario e lo fortifichino sia in fase di malessere acuto si per una prevenzione. Spesso la pratica farmacologica attuale consiglia farmaci contenenti pseudofedrina e antibiotici, questo tipo di approccio causa alcuni danni che si protraggono nel corso del deficit:

    1. Problemi intestinali (flora batterica compromessa)
    2. Resistenza del virus
    3. Enorme danno energetico a causa del uso inappropriato di farmaci antibiotici.

    Come procedere e quali piante usare

    Si può procedere in due modi : Prevenzione e Azione sul deficit

    Prevenzione: in questo caso bisogna utilizzare delle piante immunostimolanti e adattogene

    Echinacea spp: pianta calda che può essere utilizzata nelle prime per prevenire i sintomi del raffreddore.

    Astragalus membranaceus: stimola l’attività di fagocitosi, importante usarla solo per prevenzione essendo controindicata in caso d’infezioni acute.

    Eleuterococcus Senticosus: Stimola i linfociti t-helper, immunomodulante e immunostimolante. Non usare in infezioni acute.

    Allium sativum: Azione antibatterica e antivirale ad ampio range.

    Lomatium dissectum: Antimicrobico, utile anche per insorgenza di herpes simplex 1-2

    Cosa fare se si ha il raffreddore?

    • Lavaggi nasali con sale marino e limone sono molto utili per prevenire il proliferare di virus e batteri.
    • Utilizzare ungenti di Calendula,Thuja o Hypericum , da mettere nelle narici
    • Se dovesse insorgere febbre utilizzare Echinacea circa 15ml/die di estratto 1:2, utilizzare anche piante diaforetiche per gestire la febbre come Sambucus nigra e Achillea

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    In caso di prima febbre bassa 

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    Dieta iperproteica E acidosi metabolica

    acidosi metabolica

    Spesso sentiamo parlare della dieta dukan, dieta che ha del miracoloso secondo alcuni. Ma in realtà in cosa consiste le dietà dukan: dieta iperproteica che causa enormi problemi al nostro organismo.

    Cominciamo capire di cosa stiamo parlando: Gap anionico

    Il gap anionico si basa essenzialmente sul principio di elettroneutralità secondo cui, nel nostro organismo, in ogni istante deve essere presente una situazione di elettroneutralità, ossia la somma dei cationi (sostanze a carica positiva) deve essere uguale alla somma degli anioni (sostanze a carica negativa), anche se la concentrazione di qualche singolo componente può modificarsi temporaneamente.Spesso si fa confusione sul concetto di “elettroneutralità”, che non deve essere frainteso con quello di “neutralità” utilizzato dal punto di vista acido-base; nell’EAB, infatti, per neutralità s’intende la presenza di un pH = 7, cioè né acido né basico, bensì neutro (diverso, poi, dal pH normale o fisiologico, che è pari a 7,4, cioè tendenzialmente basico [o alcalino]). Con il termine elettroneutralità s’intende, invece, che le cariche negative (anioni = alfa privativa, senza ioni) devono essere controbilanciate da un pari numero dicariche positive (cationi), in modo da annullarsi scambievolmente dal punto di vista ionico. Qunado l’elettroneutralità viene meno in caso di grossa assunzione di proteine il corpo comincia ad andare in acidosi metabolica.
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    Che cos’è l’acidosi metabolica?

    L’acidosi metabolica si determina quando è presente un processo che conduce all’accumulo di equivalenti acidi nell’organismo. Se il carico acido supera la capacità respiratoria (pH arterioso < 7,35), ne risulta acidosi. L’acidosi metabolica può essere dovuta all’aumento della produzione di acidi o alla somministrazione esogena di acidi.

    Quando l’acidosi metabolica è dovuta all’accumulo di anioni non misurati, come il solfato nell’insufficienza renale, i corpi chetonici nei diabetici o nella chetoacidosi alcolica oppure il lattato o gli agenti tossici esogeni come il glicole etilenico o i salicilati, il gap anionico è elevato. Se l’anione acido è il cloro, ne deriva un’acidosi metabolica ipercloremica. Poiché il cloro fa parte della formula per il calcolo del gap anionico, l’acidosi metabolica ipercloremica non dà luogo a un aumento del gap anionico. Le perdite renali o extrarenali di HCO3- producono un’acidosi metabolica ipercloremica (senza gap anionico), poiché i meccanismi renali conservano il cloro nel tentativo di mantenere il volume del ECF.

    Quando si verifica un aumento del gap anionico, si può dedurre la presenza di una o più sostanze che determinano comunemente acidosi. Le cause più comunemente riscontrate di acidosi metabolica con aumento del gap anionico sono elencate nella Tab. 12-9. Nella chetoacidosi diabetica, l’assenza di insulina (e l’eccesso di glucagone) determina la produzione metabolica di chetoacidi (acido aceto-acetico, acido b-idrossibutirrico e acido acetico) da parte del fegato. Questi chetoacidi sono responsabili dell’acidosi, ma anche della carica anionica non titolabile. Una chetoacidosi si verifica inoltre comunemente nell’ingestione cronica di alcol e in condizioni di scarso apporto dietetico dovuto alla ridotta assunzione di carboidrati e all’inibizione della gluconeogenesi da parte dell’alcol. La diagnosi di chetoacidosi viene confermata in base alla presenza di chetoacidi nel plasma. I chetoacidi vengono generalmente identificati mediante la reazione con nitroprussiato. Esso reagisce con l’acido acetoacetico e con l’acido acetico, ma non con l’acido b-idrossibutirrico. Nell’alcolismo, la chetoacidosi è causata principalmente dall’acido b-idrossibutirrico. Talvolta, i pazienti con chetoacidosi diabetica hanno anche un aumento della proporzione di acido b-idrossibutirrico dovuto all’aumento del rapporto tra la forma ridotta e quella ossidata del nicotinamide adenin dinucleotide (NADH/NAD). Poiché i metodi convenzionali per la determinazione dei corpi chetonici non misurano l’acido b-idrossibutirrico, il test standard al nitroprussiato può sottostimare il grado di chetosi in tali pazienti.

    Un’altra causa comunemente osservata di acidosi metabolica con aumento del gap anionico è rappresentata dall’acido lattico, che viene prodotto dal metabolismo anaerobico dell’acido piruvico. Bassi livelli di acido lattico vengono normalmente prodotti a partire dal glucoso attraverso la via glicolitica normale; tuttavia, se si verifica un aumento della produzione di lattato o una riduzione del suo utilizzo, il lattato può accumularsi. L’ipoperfusione tissutale, come quella che si verifica nello shock, conduce sia a un aumento della produzione di lattato sia a una riduzione del suo utilizzo e costituisce la causa più comune di acidosi lattica. Un’alterazione della funzionalità epatica secondaria alla scarsa perfusione epatica o a un danno epatocellulare può anch’essa determinare acidosi lattica a causa della riduzione della riconversione del lattato in glucoso. Anche l’alcolismo può causare l’accumulo di lattato attraverso un meccanismo simile. L’acidosi lattica si sviluppa in alcune forme di neoplasie maligne, nel diabete mellito e nell’AIDS, oltre che idiopaticamente.

    L’insufficienza renale è anch’essa una causa di acidosi metabolica con aumento del gap anionico. In presenza di una ridotta funzionalità renale si accumulano nel plasma diverse sostanze, tra cui il PO4, i solfati, l’urato e l’ippurato. Dal momento che gradi variabili di uremia sono occasionalmente presenti in altre forme di acidosi metabolica con aumento del gap anionico, un incremento del gap anionico deve essere ascritto all’insufficienza renale solo dopo una scrupolosa ricerca di altre possibili cause.

    Anche il sovradosaggio di varie sostanze causa acidosi metabolica con aumento del gap anionico. Nell’avvelenamento da salicilati, metanolo o glicol etilenico, l’interferenza con il metabolismo intermedio normale e l’accumulo di anioni organici esogeni determinano l’insorgenza di acidosi metabolica. Un pronto riconoscimento è fondamentale per ridurre al minimo il danno d’organo in questi pazienti. Quando è presente un’acidosi con gap anionico normale, si deve sospettare un’alterazione dell’escrezione renale dello ione H+. La compromissione dell’escrezione renale degli acidi può essere dovuta a una patologia renale intrinseca, come l’acidosi tubulare renale (Renal Tubular Acidosis, RTA) o la nefropatia interstiziale, oppure alle perdite extrarenali di volume e di HCO3-. Nella RTA, si verifica uno dei diversi difetti tubulari renali specifici a carico del riassorbimento del HCO3 o della secrezione dello ione H+, o di entrambi. La GFR solitamente non viene compromessa. La RTA prossimale (RTA di tipo 2, bicarbonato-disperdente) è secondaria a un difetto del riassorbimento del HCO3- a livello del tubulo prossimale. L’RTA prossimale si verifica in associazione con glicosuria, fosfaturia e aminoaciduria nei bambini affetti dalla sindrome di Fanconi. La sindrome di Fanconi si verifica inoltre raramente negli adulti con mieloma multiplo e in seguito all’uso di tetracicline scadute. Grandi dosi di HCO3- sono necessarie in questi pazienti per correggere l’acidosi, ma, poiché il tubulo distale funziona adeguatamente, i pazienti affetti da RTA prossimale sono in grado di acidificare le loro urine. La RTA distale (di tipo 1, classica) deriva da un difetto del meccanismo di acidificazione del nefrone distale. Ne esistono forme primitive, ma le forme acquisite sono più comuni. L’RTA distale può verificarsi secondariamente all’anemia falciforme, all’ipercalcemia, all’intossicazione da amfotericina B, all’intossicazione da toluene (inalazione di colla o vernice) o all’intossicazione da litio. Una forma di RTA molto più comune che si verifica negli adulti è l’ipoaldosteronismo iporeninemico (RTA di tipo 4). L’RTA di tipo 4 si accompagna spesso a diabete mellito e a nefropatia interstiziale. Una RTA può verificarsi anche a causa di un danno tubulo-interstiziale causato da nefropatia da analgesici, pielonefrite cronica e uropatia ostruttiva. Un’alterazione dell’escrezione renale di acidi può verificarsi anche nell’insufficienza renale acuta o in quella cronica di grado avanzato, perciò l’acidosi con gap anionico normale può anche insorgere occasionalmente in seguito alla sola insufficienza renale.

    Le perdite extrarenali di HCO3- e di volume si verificano principalmente attraverso il tratto GI. Le perdite eccessive di liquidi attraverso il tratto GI dovute a diarrea protratta, adenoma villoso del colon o a drenaggio del secreto biliare, pancreatico o intestinale possono condurre ad acidosi metabolica, in particolare in presenza di insufficienza renale. Nelle diversioni del tratto urinario, come l’ureterosigmoidostomia, il Cl nelle urine viene scambiato con il HCO3- per mezzo del colon, e viene anche assorbito l’ammonio urinario. A causa dei problemi associati alle infezioni dell’apparato urinario e ai tumori dell’ansa sigmoidea, l’ureterosigmoidostomia viene eseguita di rado. I pazienti portatori di ureteroileostomia (condotti ileali) o sottoposti a ricostruzione di vescica ortotopica hanno molti meno problemi legati all’acidosi metabolica, in particolare se la funzionalità renale non è compromessa. Tuttavia, se una disfunzione dell’ansa o della vescica determina ritenzione urinaria, si può verificare acidosi metabolica.

    Sintomi, segni e diagnosi

    I sintomi e i segni principali dell’acidosi sono spesso mascherati e difficili da distinguere da quelli della malattia di base. L’acidosi lieve può essere asintomatica o può essere accompagnata da vaga astenia, nausea e vomito. Il reperto più caratteristico dell’acidosi metabolica grave (pH < 7,20, HCO3- < 10 mEq/l) è l’iperventilazione, che si manifesta come uno degli aspetti del compenso respiratorio. Inizialmente, si verificano modesti aumenti della profondità del respiro. In seguito, si può osservare una maggiore frequenza respiratoria con respiro a labbra contratte (respiro di Kussmaul). Possono essere inoltre presenti segni di deplezione di volume del ECF, specialmente nei pazienti con chetoacidosi diabetica o perdite GI di liquidi. L’acidosi grave può determinare shock cardiocircolatorio dovuto a compromissione della contrattilità miocardica e della risposta vascolare periferica alle catecolamine; si verifica anche frequentemente un progressivo ottundimento del sensorio.

    Terapia

    Il trattamento diretto dell’acidosi con HCO3- è forse intuitivo, ma la terapia con bicarbonato di sodio è la sola chiaramente indicata in alcune circostanze. Quando l’acidosi metabolica è causata da acidi inorganici (cioè è un’acidosi ipercloremica o con gap anionico normale), per correggere il disturbo dell’equilibrio acido-base è necessario il HCO3. Tuttavia, quando l’acidosi è conseguente all’accumulo di acidi organici (cioè è un’acidosi con gap anionico aumentato), come nell’acidosi lattica, nella chetoacidosi o nelle sindromi da intossicazione tratteggiate nella Tab. 12-9, il ruolo del NaHCO3 è controverso. Coloro che sono contrari alla terapia con NaHCO3 sottolineano che la mortalità di ognuna di queste condizioni è più strettamente correlata alla gravità della malattia di base che al grado dell’acidosi. Altri argomenti contro l’uso della terapia con alcali sono la possibilità di un sovraccarico di Na e di volume, l’ipokaliemia, l’acidosi del SNC, l’ipercapnia e l’alcalosi da ipercorrezione. Di converso, l’acidosi è noto che è associata con un’ampia varietà di effetti nocivi cardiovascolari, compresa la diminuita responsività agli agenti pressori. I pazienti acidotici sono particolarmente vulnerabili alle ulteriori riduzioni nel pH conseguenti a modificazioni anche molto minori della concentrazione plasmatica di HCO3-. I sostenitori della terapia con NaHCO3 sottolineano che l’acidosi con gap anionico aumentato si verifica frequentemente anche in concomitanza con l’insufficienza renale e l’acidosi tubulare renale, condizioni nelle quali il trattamento con NaHCO3 non è controverso. Indipendentemente dal fatto che il NaHCO3 venga somministrato o meno, la causa di fondo dell’acidosi deve essere identificata e trattata ogni volta che sia possibile.

    Nonostante queste e altre controversie, la maggior parte degli esperti raccomanda ancora un uso giudizioso del bicarbonato di sodio EV nel trattamento dell’acidosi metabolica grave (pH < 7,20). Tale terapia può essere somministrata aggiungendo quantità variabili di bicarbonato di sodio (da 44 a 88 mEq) a una soluzione glucosata al 5% o a una soluzione salina ipotonica (allo 0,45%), a seconda della situazione clinica e dei concomitanti disturbi del bilancio dell’acqua e del volume. L’obiettivo della terapia con HCO3- è quello di innalzare il pH ematico a 7,20 e la concentrazione plasmatica di HCO3- a un valore compreso fra 8 e 10 mEq/l. La quantità di NaHCO3 necessaria può essere calcolata approssimativamente dalla formula

    NaHCO3 richiesto [mEq] = [(HCO3-)
    desiderato – (HCO3-) misurato] × 0,4 × peso corporeo [kg]

    Quando è presente insufficienza renale e anche modeste quantità di NaHCO3 rischiano di determinare un sovraccarico di volume, può essere indicata l’emofiltrazione (combinata con la somministrazione di bicarbonato EV) o l’emodialisi con dializzato ricco di HCO3. Il dicloroacetato incrementa l’ossidazione del lattato ed è stato proposto come alternativa al NaHCO3 nel trattamento dell’acidosi lattica. Tuttavia, trial controllati hanno mostrato uno scarso beneficio in seguito al suo utilizzo.

    Un trattamento dell’acidosi metabolica di tipo più specifico dipende dalla causa di fondo. Il trattamento dell’acidosi lattica è prevalentemente di sostegno. Qualora sia possibile, deve essere ricercata ed eliminata la causa dell’aumento della produzione di lattato (o della riduzione della clearance del lattato).

    L’intossicazione da metanolo o glicol etilenico costituisce un’emergenza medica a causa della tossicità dei metaboliti di questi composti. La terapia specifica comprende la somministrazione di etanolo EV per inibire il loro metabolismo e concedere tempo per la loro eliminazione a livello renale. Se è presente una disfunzione renale, oppure nelle gravi intossicazioni, è necessaria l’emodialisi. La terapia dell’acidosi tubulare renale e dell’acidosi secondaria a malattia renale cronica richiede l’uso del NaHCO3   

    Consigliabile è inoltre l’utlizzo di un prodotto specifico GUNA BASIC

    1-Gunabasic-15-bustine

    Conclusioni

    Possiamo quindi affermare che una dieta ricca di proteine animali porta ad un sovraccarico di reni e fegato, inoltre esso può comportare anche stress ossidativo a causa delle sostanze ossidanti presenti nelle proteine animali. Inoltre diffidate da queste diete miracoloso che vi prospettano perdite di peso in breve tempo, spesso lo fanno a discapito del vostro organismo, affidatevi ad un nutriazionista serio e cercate sempre di evitare le diete cheto-proteiche.

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    28 days body mission

    Teaser-28-Days-Body-Mission

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    Sindrome del morto che cammina

    Sindrome di Cotard

    Oggi voglio parlarvi di una sindrome rarissima, la Sindrome di Cotard, o sindrome “del morto che cammina”, un disturbo psichiatrico studiato da Jules Cotard nell’800.
    Il paziente che ne è affetto, in poche parole, crede di essere morto. Nega l’esistenza dei suoi organi, nega l’esistenza del sangue e nega di conseguenza la sua vita; è una forma di depressione acuta e costante, spesso con risvolti ipocondriaci e paranoici, con conseguente apatia a livelli drastici. Il paziente si rifiuta di nutrirsi, di fare qualsivoglia attività, poichè considerata inutile dal momento che egli è solo un “cadavere che cammina”. Furono riscontrati casi di allucinazioni nei soggetti affetti da tale sindrome, così come la convinzione di essere immortali, ovvero che il loro corpo fosse diventato un tuttuno con l’universo, accompagnati da attegiamenti autolesionisti.
    Sebbene il paziente affermi verità inesistenti, questa sindrome non ruota attorno ad affermazioni, ma a negazioni; Cotard parlava di essa come, per l’appunto, “delirio di negazione“.

    L’annientamento delle emozioni

    Innanzitutto, cerchiamo di capire cos’è il sistema limbico; stiamo parlando di un complesso di strutture cerebrali che svolgono e supportano funzioni psichiche come l’emotività. In parole povere, è quel posto del nostro cervello che gestisce le nostre emozioni grazie all’aiuto degli organi di senso e di aree più evolute all’interno del nostro cervello.
    Cosa succederebbe se il sistema limbico, il centro delle nostre sensazioni, si “scollegasse” da noi? Se non svolgesse come dovrebbe le sue normali funzioni?Cosa saremmo noi senza emozioni? Nulla. Quasi dei cadaveri che camminano. Ed ecco il fulcro della questione; i poveri pazienti, affetti dalla sindrome di Cotard, presentavano disfunzioni del sistema limbico che impediva loro di provare emozioni, di riconoscere emozioni, di ricordare emozioni. E ciò rivelava nei pazienti la determinazione di un vissuto depressivo dal quale scaturiva il delirio di negazione. Quindi, se ogni esperienza sensoriale, ossia ogni cosa percepita, non trovava un riscontro emozionale, il soggetto si auto-spiegava questo deficit niente di meno che con l’essere un morto.

    Trattamento della sindrome

    Sebbene furono pochissimi i casi studiati, le cure ebbero un risultato piuttosto efficace. Attraverso studi e varie tecniche effettuati sui soggetti, si notò che il loro stato era simile a quello di un paziente in coma vegetativo e vennero trattati con terapie elettroconvulsive, ovvero attacchi controllati causati da passaggi di corrente elettrica attraverso il cervello e con l’uso di farmaci antidepressivi.
    Essendo una sindrome così rara e così poco studiata, risulterebbe alquanto rischioso azzardare un trattamento con medicine alternative. Ciò che invece vorrei proporvi sono dei rimedi contro la depressione in generale, e in particolare i fantastici oli essenziali usati in aromaterapia sottile. Miracolosi risultano essere anche i fiori di Bach, ma quelli necessitano di un consulto del terapeuta che indicheà una cura ad personam.
    Gli oli essenziali che vi consiglio sono quindi:
    Rosa damascena: dona armonia, equilibrio interiore e una profonda consapevolezza dei propri valori.
    Lavanda: calmante e rasserenante, utile in caso di stress, assieme al Neroli.
    Gelsomino: aiuta il soggetto depresso a superare l’apatia, a donargli nuove speranzee nuovo ottimismo.
    Ideali in caso di depressione anche Camomilla, Basilico, Bergamotto, Geranio, Menta Piperita e Salvia Sclarea.

     

     

     

     

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    Paralisi del Sonno, rimedi naturali

    illusion

    Uno dei peggiori “scherzi” che il nostro corpo, in particolari condizioni, potrebbe giocarci porta un nome già di per sè inquietante: paralisi del sonno. Forse molti di voi sapranno di cosa sto parlando dal momento che l’avranno vissuta in prima persona, altri però ignorano questa bruttissima esperienza.

    Intanto, perché “paralisi”?

    Mentre dormiamo, grossi muscoli del nostro corpo si immobilizzano per difenderci da movimenti nocivi che potremmo effettuare nel tentativo di mimare i sogni; ciò avviene però mentre si è in fase REM, cioè mentre sognamo. Ma se, improvvisamente, la nostra mente prende coscienza e il corpo si trova ancora nelle condizioni della fase REM, allora è là che ci ritroviamo in una paralisi del sonno. Il soggetto è infatti letteralmente incapace di fare alcun movimento, se non con gli occhi e la lingua in misura minima. Pur senza avere difficoltà respiratorie, si ritrova nella spiacevole situazione di non poter parlare o gridare, ma di sentire e vedere ciò che lo circonda. Il peggio della paralisi in questione arriva, però, quando la povera vittima vede e sente anche ciò che non lo circonda: queste allucinazioni vengono chiamate illusioni ipnagogiche.

    Illusioni ipnagogiche:

    Originate spesso dalle più inquietanti paure del soggetto paralizzato, esse consistono in allucinazioni coinvolgenti i sensi di udito, vista e anche tatto; voci familiari, voci spaventose che sussurrano all’orecchio, creature terrificanti e così via…La vittima va in panico, e non può nemmeno urlare o cercare di scappare dal momento che è immobilizzato. Esse non durano tanto, ma quei 2/3 minuti,  possono ovviamente apparire come un’eternità per il soggetto impanicato, poiché risultano essere vivide e reali, un’estensione del sogno alla veglia.

    Come affrontare la paralisi del sonno:

    Arriviamo quindi al punto: come possiamo rimediare alla paralisi ipnagogica? E come possiamo prevenirla, soprattutto?
    Ebbene, avrete capito che essa è un perfetto e terrificante incrocio tra veglia e sonno, ma per quale motivo avviene, se ci sono motivi? Le cause ci sono e possono essere varie:
    1. Squilibrio del ciclo sonno/veglia (causati anche da insonnia);
    2. Stress e affaticamento fisico e mentale;
    3. Assunzione di sostanze eccitanti nell’orario pomeridiano e serale;
    4. Mantenimento della posizione supina per tutta la durata del sonno con conseguente rigidità muscolare.
    Per ognuna di queste cause possiamo vedere le soluzioni sia con rimedi naturali che con semplici accorgimenti:
    1. Regolarizzare il ciclo sonno/veglia è fondamentale in uno stile di vita sano e il mancato rispetto di questo può portare a problematiche anche ben peggiori della paralisi del sonno. E’ bene quindi non sfasare continuamente gli orari dedicati al sonno e quelli dedicati invece alla veglia e conferire quindi un giusto equilibrio ai nostri momenti anabolici e catabolici. Se il soggetto soffre di insonnia può provare molteplici rimedi naturali, a seconda della causa che la provoca, tra i quali:

    2.  Quando siamo in una situazione di stress e affaticamento il nostro corpo ne risente sotto tutti i punti di vista, mentale, fisico ed energetico, logorandoci in maniera costante. Ciò che bisogna fare è quindi rilassarsi ma, se siamo stressati, evidentemente è perché qualcosa ci nega il relax. Massaggi aromatici, bagni caldi con incenso e aromi rilassanti e l’uso di tisane possono aiutarci ad affrontare i problemi quotidiani.

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    3. Il rimedio qui è elementare; limitare al massimo l’uso e l’abuso di sostanze eccitanti dal pomeriggio in poi. Ciò significa non consumare, o perlomeno limitare il thè nero, caffè e sostituti come ad esempio la yerba mate, alcol e carboidrati raffinati che possono disturbare la fase del sonno. L’ideale sarebbe cenare con proteine e verdure e limitare l’assunzione in primis di dolci e bevande molto zuccherate.

    4. Un regolare stretching anche di una durata minima e con esercizi basilari può aiutare il corpo a rilassarsi prima di dormire, conferendo ai muscoli il relax e l’elasticità che necessitano dopo una giornata di lavoro (fisico e intellettuale). Pochi esercizi, ben fatti, anche della durata di dieci minuti la sera, può essere un toccasana a prescindere da problemi di paralisi del sonno.

    Ultima indicazione ma comunque importante: non prendetevi di panico. Sembra impossibile in situazioni in cui viviamo delle allucinazioni, ma se già sappiamo qual è il problema, possiamo controllare meglio le nostre emozioni e trovare la calma necessaria per il breve lasso di tempo che occupa la paralisi del sonno. Se vi capita, cercate di concentrarvi su una parte del corpo: muovere la lingua ad esempio o provare a chiudere le mani o alzare leggermente gli arti. Se capite di essere nel vivo di una paralisi del sonno, allora saprete che potete andare incontro ad allucinazioni e capirete che non c’è alcun bisogno di andare in panico, dal momento che esse sono solo frutto della vostra mente.

     

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    Reflusso Gastro-esofageo, Rimedi naturali

    reflusso gastro-esofageo

    Cos’è

    Di norma il cibo che noi ingeriamo passa dalla bocca all’esofago che poi porta dritto allo stomaco, esiste una valvola chiamata “cardias” che impedisce la risalita del cibo dallo stomaco all’esofago. Quando questa valvola s’infiamma ovvero s’innesca un reflusso gastr-esofageo cronico(esiste un reflusso gastro-esofageo fisiologico che non crea alcun tipo di patologia) non svolge appieno il proprio compito e spesso vi è una risalita di succhi gastrici o di esalazioni di gas verso l’esofago. Il problema sta nel fatto che le pareti dello stomaco sono abituate all’acidità mentre quelle dell’esofago no. Allora succede che vengono irritate dall’acido e spesso si va incontro a infiammazioni e ulcere. Il reflusso gastro-esofageo è legato per l’80% dei casi all’ernia iatale.

    reflusso gastro immagine 1

    Sintomi

    Tipicamente si manifestano come bruciore dietro lo sterno (pirosi) e rigurgito. A volte sono presenti anche sintomi atipici come asma, tosse e disturbi del ritmo cardiaco. I momenti più critici per il reflusso si possono verificare dopo un pasto abbondante e spesso durante il sonno, quando il contenuto gastrico risale più facilmente nell’ esofago, anche fino in gola.

    Chi colpisce

    Avere un po’ di reflusso ogni tanto, può essere normale. Se la cosa diventa frequente (oltre le 2-3 volte a settimana) allora può diventare una vera e propria malattia, che tende a cronicizzare.
    Il reflusso gastro-esofageo è un disturbo molto diffuso e in notevole aumento negli ultimi decenni, tanto da essere definito la “malattia del terzo millennio”. Colpisce più le donne che gli uomini. La probabilità di soffrire di reflusso aumenta con l’aumentare dell’età, soprattutto dopo i 40 anni. Le persone più colpite sono in genere quelle di età compresa tra i 55 i 64 anni. E’ comune anche nelle donne in gravidanza (oltre il 50%  occasionalmente e il 5% giornalmente) e nei neonati. In Italia è molto diffuso e colpisce circa una persona su tre. In genere è un disturbo più comune nel mondo occidentale dove riguarda circa il 10-40% di tutta la popolazione.

    Cibi da evitare

    Si ritiene che cibi acidi come agrumi e pomodori acuiscano i sintomi; sono alimenti da evitare anche caffè, alcolici, bibite gassate, spezie, cibi piccanti, tè nero, fritture, saccarosio, crusca, cereali integrali in chicchi, salumi, insaccati, formaggi stagionati, frutta con la buccia, rape, ortaggi a foglia verde crudi.

    Alimentazione

    Il reflusso gastro-esofageo ed eventuali processi infiammatori-ulcerativi possono essere totalmente curati e guariti senza i farmaci dell’allopatia e, a parte rari casi, senza chirurgia, indipendentemente dalla presenza di un’ernia iatale o dell’Helicobacter pylori. La base fondamentale dell’intervento terapeutico è la dieta. Non solo intesa sotto il profilo di quello che si deve o non si deve mangiare, ma anche riguardo ad alcuni fondamentali aspetti:

    • modalità – mangiare con calma, seduti, in ambiente tranquillo e non freddo,  senza il disturbo di telefoni,  televisione o discussioni impegnative. Masticare tutto molto bene. Come dice il saggio: “Mastica la tua acqua e bevi il tuo cibo”. La saliva contiene sostanze che tamponano l’acidità e riparano le mucose. Addirittura, pare che masticare la chewing gum dopo i pasti sia un toccasana per chi soffre di reflusso: stimola la produzione di molta saliva e aumenta il ritmo di deglutizione…l’importante è non usare quelle con aspartame e acesulfame. Nell’ambito delle “modalità”, una cosa da non fare mai è sdraiarsi dopo i pasti o infossarsi nella poltrona, ma anche impegnarsi in attività fisiche intense;
    • tempi –  per esempio, non bisogna abbuffarsi la sera e poi saltare la colazione;
    • ritmi –  avere pasti regolari, evitare digiuni prolungati;
    • associazioni – non mischiare di tutto durante il singolo pasto. Dissociare il più possibile;
    • qualità – consumare alimenti altamente nutrienti, freschi e vitali. Evitare il forno a microonde, i cibi confezionati, ecc. Ridurre globalmente i carboidrati. Alcuni alimenti potrebbero peggiorare decisamente la situazione: caffè, cioccolata, menta, alcol, spezie, dolciumi, ecc.
    • quantità – fare piccoli pasti. Mai riempirsi. Non mangiare se non si è ancora digerito il pasto precedente.

    Il sovrappeso è una condizione che aggrava notevolmente il reflusso. In questo caso, allora, bisogna modificare la dieta anche in senso dimagrante.

    Rimedi fitoterapici

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    I macerati da piante fresche di Melissa officinalis e di Angelica possono essere di grande aiuto per combattere i problemi digestivi e l’acidità di stomaco. Si utilizzano 20 gocce lontano dai pasti 2 volte al dì, in mezzo bicchiere d’acqua. La gemmoterapia presenta un utile rimedio per regolarizzare la motilità della mucosa gastrica, la secrezione acida e ridurre il bruciore. E’ il Ficus carica MG 1 DH, 50 gocce in mezzo bicchiere d’acqua 15 minuti prima di pranzo e di cena. Per soggetti particolarmente nervosi e agitati un buon aiuto può venire dall’uso di Valeriana officinalis macerato da piante fresche, da utilizzare prevalentemente nel tardo pomeriggio e prima di andare a letto. Le dosi sono di 20 gocce, lontano dai pasti in mezzo bicchiere d’acqua. Un rimedio nuovo molto efficace è SATIVA, tavolette da sciogliere in bocca dopo i pasti a base di Liquirizia, Muschio d’Irlanda, Brucite, Camomilla fiori, concentrato di alfa-alfa, Escolzia, Ginkgo, Propoli, Argilla verde e oli essenziali di Menta piperita e Menta crispa. Si possono fare cicli di un mese. Da evitare se si soffre di ipertensione grave per la presenza di liquirizia.

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