Assenzio e laudano

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Molti hanno letto dei poeti maledetti e molti si chiedono quale fosse il segreto delle loro stesure, ai tempi feci numerose ricerche in merito, e alla fine trovai un mondo di psiconauti non irrilevante. La parola chiave era Assenzio e laudano

 Laudano

Il laudano è una preparazione farmaceutica a base di oppio, di cui sfrutta le proprietà analgesiche.
Si ottiene facendo macerare l’oppio in vino o in una soluzione alcolica per alcuni giorni in presenza di aromatizzanti, quali per esempio zafferano,cannella e chiodi di garofano, che permettono di oscurare il cattivo sapore dell’oppio.
La presenza di morfina rendeva efficace questa tintura come analgesico.
Nell’oppio vi sono però numerosi altri principi attivi oltre alla morfina.

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Il laudano accoppiato con l’assenzio permetteva di avere fasi allucinogene che inducevano il soggetto, dotato comunque di abilità letterarie ragguardevoli, di entrare in un mondo fatto di visioni e concetti astratti percepibili solo attraverso un “aiuto chimico

L’assenzio

fa parte dei miti che caratterizzarono la fine dell’Ottocento. L’assenzio è infatti passato alla storia come la bevanda alcolica degli artisti. Fu l’ispirazione del modo di vivere bohémienne ed era la bevanda preferita di pittori, poeti e scrittori da Shakespeare fino ad Hemingway, che dichiarò di amare l’assenzio per i suoi effetti di far cambiare le idee; senza dimenticare i maledetti come Verlaine e Rimbaud che dell’assenzio fecero la loro personale dannazione.
L’ora dell’assenzio andava allora dalle cinque alle sette del pomeriggio, l’heure verte la chiamavano, l’ora verde. L’assenzio accompagnava la vita dei bohèmiens. Per i giovani, la bevanda diventò il segno del loro romanticismo, il marchio, un po’ teatrale, della loro estraneità ai valori della borghesia.
L’assenzio non giova. Il poeta Musset, che ne abusa, dicono che sembri, a quarant’anni, già vecchio. Emile Zola lo considerava una vera piaga sociale un veleno che ha ucciso molti francesi. Il tema dell’assenzio diventa uno dei più ripetuti nella letteratura, nella satira, nella pittura.

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preparazione:

15gr oppio, 1gr cannella

zolletta di zucchero, 250 ml d’assenzio

buona bevuta, psiconauti!

 

 

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Il mondo dei sogni, come interpretarli

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Il sogno ha due grandi funzioni: la prima è permettere al cervello di riparare i danni avvenuti durante lo stato di veglia a livello neurofisiologico, l’altra è rielaborare la vita cognitiva della nostra psiche.

 

Imparare a decodificare i nostri sogni può essere molto utile per entrare in contatto più profondo con noi stessi, per usare questo magnifico meccanismo psichico come una guida anche nella vita quotidiana. In fondo, questo è stato fatto da sempre, dall’inizio degli albori della civiltà a tutt’oggi.

 

Come interpretare i propri sogni? Qual è il significato del contenuto onirico? Vediamone una piccola guida. Innanzitutto, per poter interpretare un sogno occorre tener presente alcune cose essenziali.

 

> RIASSUNTO. Al risveglio cercare di rintracciare tutti gli aspetti del sogno e semmai farne un riassunto, cercando di non dimenticare i particolari, anche i più strani. Consiglio di andare a dormire lasciando a portata di mano carta e penna. Se ci si sveglia, anche nel cuore della notte, con in sé l’immagine vivida di un sogno, non aspettare il mattino, ma cercare di scriverne subito gli aspetti più importanti.

 

> ATMOSFERA. Analizzare l’atmosfera generale del sogno e lo stato d’animo personale. Era un sogno leggero, impegnativo, ci ha lasciati tranquilli o ci siamo svegliati con uno stato d’ansia?

 

> AMBIENTE E LUOGO. L’ambiente ed il luogo dove lo abbiamo fatto è molto importante. I colori che lo costituiscono sono altrettanto importanti. Un sogno luminoso è diverso da un sogno in penombra.

 

> RIFERIMENTO TEMPORALE. I posti sono immaginari o appartengono alla nostra vita attuale o passata? È importante anche definire la nostra età nel sogno ed il nostro stato fisico.

 

> AZIONI. Le azioni che compiamo nel sogno sono molto importanti e necessitano di un’attenta interpretazione.

 

> FIGURE. Importanti sono anche le figure che interagiscono con noi. Possono essere persone che conosciamo, oppure degli sconosciuti. Possiamo vedere animali o personaggi fantastici.

 

> FRASI. Ancora più importante è ricordare le cose che ci siamo detti e quelle frasi ben definite che hanno avuto un impatto sulla nostra emotività. A volte compaiono dei numeri. Tutto ha un significato ben preciso. E le frasi scandite da un personaggio particolare, a volte, possono essere una guida del nostro maestro interiore oppure essere un elemento chiarificatore per focalizzare uno stato d’animo nei confronti di eventi particolarmente significativi per noi.

 

> STATO D’ANIMO. Cerchiamo di ricordare lo stato d’animo del sogno: siamo distanti o emozionati, siamo presi dall’ira o da uno stato di quiete?

 

> TRACCE MNESTICHE. Cerchiamo di distinguere quanto nel sogno si possa riferire ad eventi che ci sono capitati realmente nei giorni precedenti, da quanto invece è una pura creazione della nostra mente.

 

> COSCIENZA ED INCONSCIO. In genere ci sono degli aspetti del sogno che rappresentano delle parti più o meno manifeste alla coscienza. Altre parti sono collegate alla sapienza inconscia e ad immagini universali, senza tempo, agli archetipi.

 

> SOGNO LUCIDO. Se nel sogno sentiamo che la nostra coscienza è presente, allora possiamo trovarci di fronte ad un sogno lucido dal significato straordinario o precognitivo. Ricaltordiamo che il sogno lucido è un particolare stato del sogno in cui ci sembra che siamo attivi e coscienti durante il sogno.

 

> MAESTRO INTERIORE. è la voce della saggezza che nei sogni si esprime attraverso dei personaggi per noi influenti ed importanti.

 

Analizzando poi il sogno cerchiamo di verificarne tutti i contenuti attraverso alcune semplicissime domande. Quali simboli compaiono nel sogno? Quali sono importanti per me? In che modo agisco nel sogno? Chi o che cosa mi è ostile nel sogno? Cosa mi viene detto attraverso le frasi di qualcuno nel sogno? Cosa mi gratifica in questo sogno? Che cosa vorrei evitare di questo sogno? Che rapporto esiste fra quello che accade in questo sogno e la mia vita reale? Perché ho fatto questo sogno? Qual è il messaggio finale e nascosto di questo sogno? Questo sogno è stato motivato da bisogni fisici? Emerge un simbolo che mi ha colpito in modo particolare? Quale personaggio poteva rappresentare la voce del MIO MAESTRO INTERIORE?

Ecco in rassegna alcuni contenuti.

 

> I PAESAGGI ONIRICI. Solari: il sogno è illuminato dalla luce della coscienza, che ci vuole chiarire la situazione; lo stato d’animo è sereno. Notturni: accolgono paure ed ansie; sono legati agli aspetti segreti della personalità. Nebbia: rappresenta lo stato interiore avvolto nelle nebbie; non è chiaro il percorso che stiamo vivendo.

 

> LUOGO DELL’INFANZIA. La scena ci ricollega all’età in cui abbiamo vissuto in quei luoghi ed è sicuramente un bisogno regressivo di ricollegarci a quel periodo della nostra vita. Può rappresentare una reminiscenza attuale che però si riallaccia ai sentimenti del passato.

 

> SCUOLA. Luogo dove si apprende. Stiamo imparando qualcosa. A volte riviviamo lo stesso stato d’animo che avevamo durante gli anni scolastici. Episodi che non abbiamo risolto nella nostra vita.

 

> ESAME. Esame non risolto: a volte ci troviamo di fronte ad una situazione irrisolta che dobbiamo affrontare. Esame superato: conferma della realizzazione dei nostri desideri.

 

> BOSCO. Rappresenta la vita inconscia, la nostra vita istintiva, può offrire anche riparo e protezione; comunque, è collegato sempre ad una serie di prove da affrontare. Le fiabe hanno quasi sempre come contenuto la prova dell’attraversamento del bosco: il passaggio da uno stato ad un altro attraverso le prove della vita.

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Sensazioni

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In questi ultimi tempi svegliarsi la mattina è diventato un pò un deja vu, ripetizione scellerata di una precisa quantità di azioni, la così detta rasserenante routine quotidiana. Come accade spesso ci si abitua alla ripetizione , non serve molto ingnegno o spreco di energie per accettarla, solo, non riesco a capire se sono io che mi sono abituato a lei e se lei comincia ad abituarsi a me. Passano le ore e ho la sensazione di vivere come all’interno di un bicchiere di vetro appannato dal fumo di una sigaretta, un costante senso di cecità assilla la mia perversa visione di un percorso. Comincio a chiedermi se esista una strada per me, o solo un tortuoso cammino irto di pericoli, costanti paranoie e dolci promesse; esiste qualcosa in cui credere?…..esiste una divina provvidenza o solo l’eterno caos della mia anima?…ho capito però che il tempo si ferma quando vuoi che vada veloce e accelera quando lambisci un  attimo di felicità, come se ti dicesse “goditela!, tanto hai tutto il tempo per essere triste.

Ho imparato che la vita è ingenerosa e piena d’insoddisfazioni quindi cadere fa parte del gioco, rialzarsi significa vincere la partita. 

Roma brucia e io insieme a lei, sono un piromane e il fuoco mi piace. 

Ad maiora

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In the Land of Destiny

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Salve a tutti, cari lettori! Oggi vi propongo un brano di una giovanissima scrittrice che si è gentilmente offerta di arricchire il nostro blog con niente poco di meno che un bellissimo racconto breve in pieno stile horror…Buona lettura!   

C’è freddo. Freddo e buio.
E’ la prima cosa che Alyce nota non appena apre gli occhi.
Freddo, buio, e un odore selvatico, come di corteccia e foglie bagnate.
Muove qualche passo e sente uno scricchiolio sotto i piedi nudi: un ramo. Si guarda intorno, aguzza gli occhi, che iniziano ad abituarsi alla semi-oscurità che la circonda, e capisce di trovarsi in un bosco.
Gli alberi sono alti e fitti, dai tronchi sinuosi e puntati al cielo come le spade di un esercito. Il terreno ai suoi piedi è ricoperto di foglie screziate di marrone e di giallo. Una strana foschia avvolge l’ambiente all’altezza delle sue ginocchia.
Si guarda: indossa un abito bianco, lungo e scollato, tenuto su da due sottili spalline che quasi le scivolano dalle spalle. Ha i capelli sudati e appiccicati sul collo e sulle guance, il petto ansante e il cuore in gola, come se avesse corso – ma lei non ricorda di averlo fatto.
Tutto ciò che Alyce ricorda è di aver dato la buonanotte a sua madre, aver indossato il pigiama ed essere andata a letto, come ogni sera. Perché si trova in quel posto? E dove si trova, di preciso?
D’un tratto, una serie di fruscii e scricchiolii di rami spezzati le rivelano che non è sola. Inizia a correre all’impazzata, travolta da un terrore primordiale e assoluto, che le azzera la mente e le contorce le budella fin quasi a farla star male. Quella che prova mentre scappa non è la classica fifa che un essere umano sperimenta abitualmente nel corso della sua vita quotidiana; maccinon è la paura che precede un esame, o un prelievo del sangue, o che accompagna la visione di un film dell’orrore. E’ la Paura che una preda prova poco prima di essere brutalmente divorata, la Paura che ti spinge a vomitare i tuoi polmoni pur di scappare il più lontano possibile; un sentimento antico e selvaggio come la morte.
Continua a correre, poi si ferma, perché non è mai stata una grande atleta e adesso si sente come se ogni parte del suo corpo stesse per esplodere. Crolla al suolo, tenendosi una mano sul petto e respirando di sollievo: qualunque cosa fosse, adesso l’ha seminata. Ne è sicura.
Il vento sussurra tra le fronde degli alberi, producendo una strana, malinconica melodia. Il gelo della notte le accarezza le braccia e l’aria sembra fermarsi, aderire alla sua pelle. Alyce non riesce a scorgere il cielo attraverso le chiome degli alberi che la sovrastano, e la cosa le suscita un claustrofobico bisogno di fuggire.
Sta giusto pensando a come fare per andarsene, quando un nuovo rumore, stavolta proveniente da un punto impreciso nelle sue immediate vicinanze, la paralizza e le toglie il respiro.
Davanti a lei c’è qualcuno.

E’ una bambina. Ha i capelli legati in due trecce asimmetriche, il viso a forma di cuore, gli occhi grandi e sgranati, iniettati di sangue. I semplici abiti che indossa sono sporchi di terra, fango e… sangue.
C’è sangue ovunque: sulle foglie ai suoi piedi, sui suoi vestiti, sul suo viso, persino sui capelli.
Ha l’aspetto fragile e indifeso di qualcuno che ha seriamente bisogno di aiuto, ma per qualche motivo è Alyce quella spaventata, non lei.
Lei è impassibile, inespressiva e pallida come un cadavere.
D’un tratto, però, inclina leggermente il capo e fissa gli occhi nei suoi.
Quando la vede, il suo volto si deforma in una smorfia d’orrore; il suo corpo si muove con uno scatto e corre verso di lei.

Eccola, di nuovo, la Paura: Alyce è terrorizzata, vorrebbe urlare, fuggire, volatilizzarsi come cenere al vento – ma non riesce a fare nulla di tutto questo. Tutto ciò che le riesce di fare è alzarsi e fronteggiare la bambina, ferma e immobile come una statua di freddo marmo.
-Alyce- dice lei.
La sua voce ha il suono di mille pezzi di vetro infranti che cozzano l’uno contro l’altro poco prima di sparpagliarsi sul pavimento. E’ flebile, come quella di un essere privo di respiro, ma acuta come milioni di urla.
-Alyce, aiutami-.
Alyce le si avvicina, con le labbra schiuse e gli occhi spalancati. Gocce fredde di sudore le scivolano lungo la spina dorsale quando esamina con più attenzione le sue ferite.
Un livido violaceo e giallastro attorno all’occhio destro; un taglio di spaventose dimensioni sulla gola; diverse costole incrinate sul petto; una gamba piegata in maniera innaturale; rivoli di sangue che le escono dalle labbra e dalle narici.
-Come ti chiami?- le chiede, con voce tremante.
-Charlotte- risponde lei.

-Mi dispiace, Charlotte, ma non credo di poterti aiutare. Non ho niente con me per curarti, non so neanche dove mi trovo…-.
Il volto della bambina diventa triste, così profondamente e irrimediabilmente triste e sconsolato che Alyce sente il proprio cuore spezzarsi dal dispiacere. Lacrime iniziano a solcarle le guance madide di sudore.
-Guarda cosa mi ha fatto- sussurra la bambina.
Solleva le braccia, le tende le mani; ogni osso del suo corpo sembra trovarsi nella posizione sbagliata.
-Guarda cosa mi ha fatto- ripete, lentamente.
Muove qualche passo verso di lei.
La Paura ritorna, Alyce indietreggia.
-Aiutami-.
-Perdonami, non posso-.
L’esclamazione di Alyce è quasi un urlo isterico di pianto.
-Guarda cosa mi ha fatto-.
Charlotte finalmente si ferma. Inclina il capo. Le pupille scompaiono, i suoi occhi sono due enormi buchi bianchi. Le sue labbra si spalancano e ne fuoriesce altro sangue.
Tanto sangue. Un fiume di sangue e organi e cellule che sporca Alyce e la spinge a urlare, urlare così forte fino a lacerarsi le corde vocali, fino a sentirsi i polmoni in gola insieme ad un fiotto di vomito.
-Guarda cosa mi ha fatto-.
La voce di Charlotte è solo un sussurro, ma chiaro è udibile.
-Aiutami…-.
Alyce inizia a correre. Più veloce di prima, più disperatamente.
Scappa da quella bambina, scappa da quel bosco, scappa da se stessa e dalla Paura che le si è cucita addosso come un vestito.
Dopo quella che le è sembrata un’eternità, riesce finalmente ad uscire dal perimetro del bosco. Giunge sul ciglio di un burrone, il cui fondo è reso invisibile da molteplici banchi di nebbia fitta e impenetrabile.
-Guarda cosa mi ha fatto…-.
La voce di Charlotte è sempre più vicina; Alyce si guarda intorno, disperata, ma realizza ben presto che l’unica via d’uscita possibile è quel burrone.
Con un ultimo sguardo alle sue spalle, prende una decisione irrevocabile.
Come al rallentatore, i suoi piedi si staccano dal suolo, il suo corpo si proietta verso il vuoto.
Ed è allora che inizia a precipitare.

E’ mattina.
Un intrepido raggio di sole penetra attraverso le tendine della finestra della camera di Alyce, ancora semi-addormentata. Gli uccellini cinguettano un’allegra melodia. L’aria è limpida e fresca.

Alyce balza a sedere di scatto; si stringe le ginocchia al petto e inizia a cullarsi ritmicamente, avanti e indietro, terrorizzata. Sta per urlare, ma il grido le muore in gola non appena si guarda intorno e realizza di trovarsi nella sua camera, sulle stesse lenzuola candide sulle quali ha poggiato il suo corpo stanco la sera prima.
Emette un sospiro di sollievo: era solo un incubo. Solo un misero, sciocco incubo.
Con un’occhiata all’orologio e alla cartella piena di libri di testo ai piedi della scrivania, si alza in piedi, pronta a prepararsi per la giornata seguente.
Ma è costretta a sedersi di nuovo: ogni membro del corpo le fa male, i suoi polmoni sono in fiamme, la sua gola è graffiata e dolorante. Ed è stanchissima, come se avesse trascorso l’intera notte a correre…
Spalanca gli occhi.
Solleva leggermente l’orlo della camicia da notte bianca e sottile e scopre di avere i piedi sporchi di terra e scorticati; attorno ai bordi delle ferite sono rimasti attaccati minuscoli frammenti di ramoscelli. Improvvisamente si accorge di essere fradicia di sudore, e di avere addosso un odore selvatico, boschivo.
Si prende la testa tra le mani, respira profondamente.
Non è successo veramente. Non è successo veramente. Non è successo veramente.
Era solo un brutto sogno.
Se lo ripete mentalmente una, dieci, cinquanta volte, finché non inizia a crederci davvero. Poi compie un bel respiro profondo e si dirige verso il bagno. 

Quando ne esce, ha fatto una doccia e riposto il vestito incriminato nella cesta dei panni sporchi. Adesso la sua pelle odora del suo bagnoschiuma preferito e ogni parte del suo corpo è linda e pulita, come sempre.
Afferra lo zaino e va in cucina, dove sua madre l’attende con un sorriso e una tazza di latte e cereali.

-Buongiorno, tesoro-.
-Buongiorno, mamma. Buongiorno, papà-.
Suo padre è seduto a capotavola, gli occhi fissi sulla televisione.
-Buongiorno, Lys. Oddio, non posso crederci-.
I suoi occhi si spalancano, sempre in direzione della tv. La madre di Alyce lascia perdere le stoviglie da lavare e si avvicina al marito, poggiandogli le mani sulle spalle.
-E’… E’ terribile-.

Incuriosita, Alyce molla il cucchiaio e la tazza di cereali e imita i genitori.
La televisione è sintonizzata sul notiziario delle otto. Un giornalista in giacca e cravatta annuncia una notizia dell’ultima ora con aria compunta e grave.
-Un’ora fa un paio di testimoni oculari hanno chiamato la polizia, terrorizzati dalla visione di un’auto che, dopo aver attraversato a tutta velocità la vecchia foresta, si è buttata con decisione nel burrone qui davanti-.
Il giornalista si sposta, indicando uno spaventoso baratro avvolto nella nebbia. Il cameraman ruota leggermente sul posto e inquadra un’ampia macchia di alberi alti e sinuosi, dalle punte svettanti rivolte verso il cielo.
Alyce si sente raggelare.
Non è possibile. Non è assolutamente possibile.
-I poliziotti accorsi sul posto hanno subito contattato i vigili del fuoco e la guardia forestale. Dopo numerosi tentativi e complicate operazioni delle tre forze dell’ordine congiunte, una gru dei pompieri ha estratto l’auto dal precipizio, in condizioni a dir poco disastrose. Purtroppo, dentro vi erano due passeggeri. Un uomo e una bambina-.
La telecamera inquadra un rottame di ferro accartocciato su se stesso; la vernice azzurro-chiaro è scrostata, le ruote sono saltate via, i finestrini sono tutti infranti.
-Si tratta di Michael Sheridan, 45 anni, impiegato statale. La moglie ne aveva denunciato la scomparsa improvvisa proprio stamane, poco prima della terribile scoperta. Pare che l’uomo abbia preso l’automobile, una vecchia 4×4 azzurra. Le targhe corrispondono-.
Sullo schermo della tv compare la foto della carta d’identità del signor Sheridan: un uomo dall’aspetto perfettamente normale, persino affabile.
-Ma non è tutto. Con lui, purtroppo, c’era anche un’altra persona. Sua figlia-.
Un’altra pausa piena di effetto.

-Charlotte Sheridan, 10 anni-.
Sullo schermo appare la foto di una bambina dall’aria allegra e spensierata, dai lunghi capelli rossi legati in due trecce leggermente asimmetriche e i grandi occhi scuri.
Charlotte sorride allo schermo, sorride al mondo, e sembra quasi uno scherzo, una burla di cattivo gusto al crudele fato che le ha appena tolto la vita.
-La signora Sheridan non si era accorta della sua assenza in casa, perché quella notte la figlia era a dormire dalla zia. Pare che i coniugi Sheridan litigassero spesso in quel periodo e che la madre avesse voluto tenerla lontana da quella difficile situazione mandandola a stare per qualche tempo dai parenti più prossimi. Ahimè, purtroppo, non ci è riuscita-.
Alyce è ammutolita.
I suoi genitori spengono la televisione, esprimono qualche commento, si scambiano occhiate tristi.
Alyce è incapace di esprimere la benché minima emozione. E’ una maschera di ghiaccio e pietra. L’unica cosa che si muove è la sua mente, frenetica e febbrile sotto quell’aspetto scioccato.
Charlotte.
Foresta.
Burrone.
Guarda cosa mi ha fatto, le aveva detto.
Guarda cosa mi ha fatto. Aiutami.
Con un urlo strozzato, seguita dalle occhiate sbalordite dei suoi genitori, Alyce scappa via dalla stanza.
Spalanca la porta della propria camera, corre rapida verso il bagno. Pesca nella cesta della biancheria sporca, trova subito la camicia da notte. La esamina con attenzione.
Sull’orlo, vicino alle macchie di terra e fango, c’è del sangue.
Tanto sangue, misto a frammenti ossei e cartilaginei.
Guarda cosa mi ha fatto.
Alyce crolla a terra, resa muta, folle dalla paura.
Lacrime sgorgano dai suoi occhi, rivoli di sudore freddo le scorrono lungo la schiena; è la Paura, è tornata a tormentarla dopo una notte insonne in sua compagnia.

Una notte insonne tra realtà e fantasia, presente e futuro, nel limbo del destino, nel regno dei sogni, dove ogni cosa è possibile.

Autrice: Lucrezia Canzonieri

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